Domenico Cambria è nato a Bagnoli Irpino (AV) l’11-11-1946. Ispettore del Corpo Forestale dello Stato, ha vissuto le sue esperienze presso l’Accademia Italiana di Scienze Forestale di Firenze, l’Università, la rivista “L’Italia Forestale e Montana”, l’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali di Pieve S.Stefano (AR), in ultimo ad Ariano I. dove vive.
Vincenzo Grasso, giornalista e critico locale, da sempre vicino all’autore, definisce i lavori del Cambria l’inizio di un filone letterario rappresentato da un “nuovo verismo”.

 

BOSCHI E AMBIENTE Un trattato sulle scienze e sulla legislazione forestale
€ 10
C’ERA UNA VOLTA Una raccolta di racconti irpini
Esaurito
LA NOTTE DELL’ARCOBALENO Romanzo
Esaurito
HIRPI STORIA DEI SANNITI HIRPINI La ricomposizione storica di una tribù del Sannio,
quella degli Hirpini, tragicamente scomparsa, poi
scambiata per lucana
Esaurito
HIRPINIA IL SANNIO RITROVATO III edizione di Hirpi
€ 12
ARIANO DALLE ORIGINI AI LONGOBARDI
Nel narrare le origini di Ariano, che sono leo rigini dell’Irpinia, in virtù degli studi e delle ricerche condotte nell’alta valle del Calore, soprattutto nel Comune di Bagnoli I., è stato possibile tracciare “L’Origine dei Sanniti”,un capitolo all’interno del testo
€ 12

I MENHIR DI BAGNOLI

E' possibile trovarlo presso tutte le librerie di Avellino, Benevento, presso le maggiori edicole della provincia di Avellino, oppure richiederli direttamente all’autore. Costo di ogni fascicolo € 2,00
L’autore ci porta a conoscenza di una serie di Menhir rinvenuti lungo la costa che unisce Bagnoli a Nusco, risalenti al periodo sannita ma ad una cultura anche del 6-8.000 a.C.
€ 2

LE ORIGINI DEI SANNITI

E' possibile trovarlo presso tutte le librerie di Avellino, Benevento, presso le maggiori edicole della provincia di Avellino, oppure richiederli direttamente all’autore. Costo di ogni fascicolo € 2,00
Grazia a questi reperti e ad un alfabeta runico rinvenuto su alcuni di essi, è possibile ipotizzare che la tribù degli Hirpini all’interno del Sannio, fosse di origine celtica.
€ 2

NUSCO LA STONEHENGE IRPINA

E' possibile trovarlo presso tutte le librerie di Avellino, Benevento, presso le maggiori edicole della provincia di Avellino, oppure richiederli direttamente all’autore. Costo di ogni fascicolo € 2,00
Un complesso megalitico rinvenuto quasi alla sommità del Montagnone di Nusco e la disposizione dei Menhir o Dolmen, ancora una volta ci indicano un luogo di culto di stampo celtico.
€ 2

LE TRE PIRAMIDI DEL MONTE CELICA

E' possibile trovarlo presso tutte le librerie di Avellino, Benevento, presso le maggiori edicole della provincia di Avellino, oppure richiederli direttamente all’autore. Costo di ogni fascicolo € 2,00
Il monte Celica o Celes è il monte dove nasce il Calore, dove giunse la tribù degli Hirpini intorno all’anno 1.000 a.C. Tre monti prospicienti la Celica, Sabina, Sabinella e Tesoro, mostrano una incredibile similitudine alla tre piramidi della valle di Giza, come se un’antica civiltà fosse transitata per l’alta valle del Calore, avesse visto i tre monti ed avrebbe attribuito loro l’attuale simbologia che oggi hanno le piramidi.
€ 2

LA PRINCIPESSA DI BISACCIA

E' possibile trovarlo presso tutte le librerie di Avellino, Benevento, presso le maggiori edicole della provincia di Avellino, oppure richiederli direttamente all’autore. Costo di ogni fascicolo € 2,00

Sempre da studi condotti dall’autore, presso Praga due archeologi hanno rinvenuto una tomba molto simile a quella definita della “principessa” a Bisaccia, con lo stesso arredo. I due archeologi hanno stabilito che la tomba di Praga appartiene ad una sacerdotessa celtica.
€ 2

 

IN CERCA DI UN EDITORE DOMENICO CAMBRIA PROPONE TRE ROMANZI INEDITI

 

PANE E ARGILLA

Nato da una poesia dell’autore, “Profilo di padre”, scritta nel 1986, il romanzo, per l’impianto, la stesura e la correzione, sono stati necessari quattordici anni di intenso lavoro. L’opera è estremamente meridionalistica, con tutti i problemi sociali mai risolti del Sud Italia.
Sicilia, nel torrido triangolo esistente tra Enna, Caltannisetta ed Agrigento, dove il sole oltre ad avere bruciato la terra ha bruciato anche l’epidermide e la speranza della gente, una famiglia latifondista si trova a vivere il triste passaggio tra l’antica civiltà contadina e quella incerta post industriale. Dopo esperienze vissute un po’ ovunque, padre e figlio, che per una vita si sono odiati, si trovano uno di fronte all’altro per l’ultima volta: il padre nel suo letto di morte.

Capitolo 1

Non avevo mai visto morire un uomo, nel suo letto: era mia padre. Questo avrebbe dovuto coinvolgermi maggiormente, come un qualsiasi figlio che vede morire il proprio genitore, invece il tutto mi lasciava indifferente; e, se pur provavo una qualche sensazione, questa era di liberazione per un peso fisico e morale che mi ero portato dentro da sempre, sin dalla nascita, legandomi ad un rapporto mai desiderato, tanto meno accettato.
I miei occhi, intanto, cercavano di incrociare quelli che oramai non c’erano più per leggere sul suo volto, come avevo sempre fatto, ciò che la sua mente nascondeva; senza riuscirci, tanto i suoi lineamenti erano inespressivi, avvolti nell’esangue colore di chi, da tempo, aveva lasciato ogni cosa alle sue spalle per avviarsi ad incontrare, nella nebulosa dell’Aldilà, la propria anima.
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La nostra, pur essendo una tenuta considerevole, non ci aveva mai permesso di essere dei benestanti. La morte di nostra madre, i tanti figli, gli studi maledetti da mio padre e quella terra ingrata, non ci aveva mai dato la possibilità di raggiungere una solida posizione economica. Risultavamo, comunque, in una posizione economica e sociale migliore rispetto a tanti, in quanto molti erano stati quelli che venivano da noi in cerca anche di una sola giornata di lavoro, o di un pasto, e la porta non era stata chiusa mai per nessuno. Altri, invece, non accontentandosi della giornata occasionale e non avendo un mestiere, erano partiti per Paleremo o per l’estero con la valigia di cartone che ci ha sempre contraddistinto, alla ricerca del “nuovo”, costretti, spesso, proprio come a casa, ad inventarne uno. Questo era ed è ancora, purtroppo, il contesto sociale della mia terra, dove sono nato, dove sono cresciuto, dove vivo.
Se si aggiunge ad una madre natura, già tanto ingrata nei nostri riguardi, la completa assenza di uno Stato apparentemente presente se non a livello assistenziale, si può ben capire il desolante rapporto che ancora esiste tra chi “bacia” la mano, e chi se la lascia “baciare”.

OLTRE IL PARADISO

Due anziani signori portano al Parco delle Cascine i rispettivi nipoti. Ne nasce una contrastata amicizia.

Capitolo 3

Lungo il parco ed i viali della Cascine, quell’anno l’estate sembrava non finire mai. Quei prati li avevo percorsi per una vita da giovane ed ora mi ritrovavo, mio malgrado, anche da vecchio a rifare la stessa strada; ma era sempre piacevole rivedere la Facoltà, l’Arno, l’Indiana e quel bar dove per la prima volta a Firenze mi ero accompagnato con una ragazza. La mia vita, tra pubblico e privato, era stata vissuta a cavallo di un’epoca in parte difficile in parte esaltante che aveva vissuto l’esperienza del fascismo, dell’ultima guerra, il boom economico, infine l’attuale decadentismo, assistendo in tal modo ad un mondo che lentamente cambiava verso un progresso che non riuscivo a capire, tanto era diventato violento anche con se stesso.
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Dietro quell’aquilone correva anche l’altro nonno, più giovane di me di alcuni anni, mentre me ne stavo attento a seguire l’allegro rincorrersi dei due, che, con il filo stretto tra le mani, lo allungavano e lo ritraevano alla conquista di un cielo tanto azzurro da fare invidia alla più bella acqua marina. L’altro, accortosi della mia presenza e dell’interesse del mio nipotino per quel giocattolo, con estrema gentilezza si fermò, tolse il filo dalle mani del nipote e lo perse al mio. Cosa avrà sentito dentro di se in quel momento il mio piccolo Andrea, non lo so, perché lo vidi quasi piangere, mentre i suoi occhi sprizzavano la felicità di chi aveva già conquistato il mondo.
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Matilde, mia figlia, non era stata molto fortunata con la vita. Da piccola aveva avuto un intervento al cuore e questo l’aveva limitata in tante cose, studio compreso. Venendo poi in facoltà da me, aveva conosciuto un greco con il quale si era legata. Le avevo spiegato che quel ragazzo non faceva al suo caso; ma, lei, infatuata dall’aspetto estremamente mediterraneo che quell’uomo aveva, e dal suo abile dialogare, ne era rimasta infatuata al punto tale, che non era stato possibile farle comprendere come quel rapporto lo vedevo interessato, e poco serio. Ma cosa deve fare un padre per convincere la figlia che sta sbagliando, questo, dopo tanti anni, ancora non l’ho capito. Matilde era stata testarda nella sua scelta, e le era andata male: si era separata dopo un anno o poco più di matrimonio. Non meritava questo, quella ragazza, perché era dolce, fragile, ed il suo desiderio era sempre stato quello di costruirsi una famiglia, nient’altro. Invece, il greco correva dietro ad ogni gonnella che incontrava. Ma avevo sbagliato soprattutto io, per non esserle stato particolarmente vicino, sempre impegnato con i miei studi e le mie ricerche che mi portavano, spesso, lontano da casa per giorni, soprattutto durante i primi anni di vita professionale. Il rammarico di non avermi goduto appieno la famiglia, a volte si impossessava di me come un rimorso, specie quando pensavo alle tante cose che non erano andate per il verso giusto o come desideravo. La vita è fatta così, nella sua imponderabilità spesso perdi, vinci, bari, ma rimane pur sempre una partita che, in ogni caso, vale la pena giocare.
Quando Ilde venne di nuovo ad abitare con me, Andrea aveva poche mesi, dovetti così recarmi a comperare l’indispensabile, come già era accaduto tanti anni prima per con: culla, lenzuolini e l’intimo necessario. L’odore dei pannolini e del boro talco, ormai lontano dai miei pensieri, mi infastidì al punto tale da farmi troncare tutti i lavori che avevo iniziato e che dovevo portare a termine. Dopo qualche anno, però, quando il frugoletto incominciò a scalpitare per casa, un senso di serenità mi pervase, più felice di quanto non lo fossi stato da padre, ripagandomi di tutti i sacrifici fatti.
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BORGO SAN LORENZO

La lenta parabola discendente di un ricco e nobile proprietario terriero, si contrappone alla lenta ascesa del colono.


Capitolo 22

Un giorno che Francisco gli aveva portato il solito mangiare, don Josè disse all’uomo di passare per Berga e di riferire al suo colono che voleva parlargli. Pedro, quando ricevette l’ambasciata, dapprima indietreggiò spaventato, poi rispose che ci sarebbe andato …quando avrebbe finito di sbrigare certe sue cose. Una mattina, deciso finalmente sul da farsi, Pedro mise nella bisaccia un bottiglione di vino, un pezzo di formaggio, uno di prosciutto, una pagnotta di pane e si diresse verso il terreno dove il suo padrone lo stava aspettando. Aveva piovuto quella notte e su, per la costa di quella montagna, il mulo scivolava. Pedro afferrò la cavezza dell’animale, si avvolse bene nella mantella, si calò il cappello lercio sino agli occhi, ed aprì l’ombrello perché dalle gocce d’acqua che gli cadevano addosso dagli alberi, sembrava piovesse da temporale. Quando finalmente fu verso l’alto, l’uomo notò la capanna che don Josè si era costruita, mentre egli se ne stava accanto al fuoco, seduto su di una pietra. Quella trascorsa era stata una delle notti più fredde e umide dalla fine dell’estate. Pedro, quando vide bene il suo vecchio padrone, anch’egli avvolto in una mantella simile alla sua e con un cappello altrettanto lercio, anche questo calato sino agli occhi per coprirsi la testa, fece fatica a riconoscerlo. Don Josè aveva inoltre la barba incolta, ed i lunghi baffi che gli pendevano oltre la bocca, assieme ad un viso smunto, ed agli occhi che si erano affossati oltre le orbite, conferivano all’uomo un aspetto da settantenne trasandato. Don Josè si accorse dell’arrivo di Pedro solo quando questi gli fu accanto, si alzò istintivamente in piedi, si stropicciò gli occhi, poi si soffiò il naso: il raffreddore lo faceva colare come un montanino! Il galantuomo non rivolse neppure una parola al suo vecchio colono, ognuno di fronte all’altro non più come una volta, tutti e due messi male, uno per natura, l’altro per guai: tutti e due come due lupi della steppa. Don Josè, ancora mezzo addormentato e debilitato per le notti insonni trascorse all’addiaccio, fece segno a Pedro di sedersi, poi andò nella baracca, prese il bottiglione con il vino, un pezzo di pane raffermo, del formaggio e l’offrì all’ ospite. Pedro, da parte sua, tirò fuori dal tascapane quello che si era portato e fece altrettanto. Poi si sedette su di un tronco, fatto a mo’ di sedile, che si trovava presso il fuoco, e li consumò, assieme al suo vecchio padrone, quello che avevano imbandito su di un tovagliolo. Don Josè tossiva e si toccava il petto in continuazione. E se non parlava era anche perché le parole gli uscivano a fatica, trattenute da una raucedine che gli attanagliava la gola. Quando Pedro si accorse di questo, si avvicinò verso il suo vecchio padrone per sentire meglio quello che voleva dirgli, perché anche quando voleva spiegarsi bene, quell’uomo si faceva fatica a capirlo, con quel suo modo che aveva di parlare borbottando.