7 - I reperti di Bagnoli.

Durante i primi anni di ricerca non avevamo voluto dare troppo peso alle parole del prof. Palmese, certi che saremmo stati scambiati per campanilisti. Solo appresso ci siamo resi conto che, proprio come sostenuto dall’’emerito professore, tra Bagnoli e Nusco si trovava quello che neppure la più fervida fantasia poteva farci immaginare, un insediamento di chiaro stampo sannita con ben evidenti tutte le opere di fortificazione lungo le coste, doppi muraglioni con camminamento all’ingresso ed all’uscita, strade che lo attraversano in senso trasversale e longitudinale, una serie interminabile di mura e terrazzamenti a delimitare tante proprietà di circa 2-3000 mq. ognuna: una vera e propria città che per la sua ampiezza era capace di contenere 5-8.000 abitanti. Un insediamento che cambia il concetto di “vicatio” dei Sanniti, non riscontrato neppure in Molise, che ci fa pensare sempre di più, si tratti della Bovianum in terra hirpina, citata durante il III conflitto.
Se il Palmese avesse avuto il buon senso di cercare i riscontri, come noi abbiamo fatto, avrebbe trovato quella città quasi integra, se si pensi che fu saccheggiata duramente dopo la II guerra mondiale per l’incetta di pietre fatta nella ricostruzione del paese dopo i bombardamenti subiti.
Per chi volesse iniziare una ricerca seria, la città è tutta là, le pietre al sole con il colore delle perle, come se la battaglia si fosse consumata solo da poco.
All’interno di questo vasto territorio, grande circa quattro chilometri quadrati (2X2), abbiamo rinvenuto un’area dedita ai sacrifici, grande cento metri per cento, ottenuta sotto la costa della montagna con un muraglione di sostegno a valle, a monte con il solito sterro, un luogo dove avvenivano anche sacrifici di tipo umano.

Loc. Pietre Bianche: resti di mura difensive
Loc. Pietre Bianche: resti di mura difensive
Loc. Fieste: muro di epoca sannitica

Non potendo descrivere tutto nei particolari, ci soffermiamo sul percorso sacrificale. Il tragitto parte da un megalite ridotto a punta posto sotto la costa della montagna. Al centro del megalite si trova un incavo capace di contenere una persona in piedi, alla sua destra si trova il graffito di un mezzo scorpione (le sole chele), alla sua sinistra lo scorpione è scolpito per intero. Lo scorpione, a significare nella tradizione antica e paranormale, la vita, la morte, la reincarnazione. Nell’interpretazione del rito che siamo riusciti a dargli: il mezzo scorpione da un lato, la persona al centro, lo scorpione intero all’altro, a significare la metamorfosi che il sacrificato subiva o avrebbe dovuto subire per passare nell’Aldilà. Più in basso, lungo un sentiero antico di millenni, si trova una pietra posta al centro di un cerchio di pietre, nel mezzo dei fori capaci di contenere le cinque dita della mano, che il sacrificato poneva al suo interno con il significato di trarre forza dalla terra. Questo rito è conosciuto anche in Sabina. Ancora più a valle abbiamo rinvenuto una pietra trapezoidale con il bordo superiore molto tagliente. Poco distante la classica ara collocata su di un grosso masso. Al lato dell’ara i segni di un pozzo: un rito prettamente celtico, racchiuso nello spazio di circa 200 metri.
I bagnolesi, pastori da sempre non agricoltori, dopo la caduta dell’Impero Romano dimenticarono quel territorio per secoli, che intanto di era rimboscato naturalmente, sino a quando su quei terrazzamenti i Cavaniglia, signori di quel Gastaldo nel 1450, non vi piantarono gli alberi di gelso per la produzione della seta, negli ultimi due secoli i famosi castagni di Bagnoli. Durante alcuni scavi per la posa di qualche pianta, qua e là sono comparse alcune tombe di epoca sannitica distrutte e mai segnalate.
Su di una zona limitrofa abbiamo rinvenuti dei Menhir. Più Menhir a significare un luogo di culto, un Cromlech, i segni di un’antica civiltà nordica. Sui Menhir degli strani segni che rappresentano alcune lettere di un antico alfabeta celtico, il runico. I segni si ripetono in maniera costante in posti dove probabilmente vi sono dei seppellimenti. E sono la “X”, a rappresentare il dolore, la “V” in orizzontale “›” a rappresentare il passaggio dal buio alla luce; un’asta, una specie di “I”, a significare l’interruzione di qualcosa. A volte doppia. Questo ed altri “probabili” che stiamo usando di continuo, sono dovuti al fatto che non vi è mai stata alcuna collaborazione da parte della Soprintendenza di Avellino, che addirittura ci osteggia, ed ha chiuso il caso tre anni fa dicendo che le pietre segnalate sono pietre senza alcun valore, dovute all’opera di qualche locale contadino. Ancora una volta dobbiamo affermare con rammarico che, purtroppo, anche questa è l’Irpinia di oggi. Tra i tanti, un Menhir è stato ridotto a piramide. Su uno della sue facce, la solita “V”. Non vogliamo adesso aprire un discorso diverso da quello che stiamo portando avanti perché saremmo costretti a cambiare strada, ma neppure possiamo sorvolare sulla strana, molta strana conformazione dei tre monti prospicienti la Celica, quelli di Sabina, Sabinella e Tesoro. Che, visti nel loro insieme, da una posizione frontale scoperta durante una delle nostre escursioni, ci appaiono sotto l’aspetto tecnico esattamente come quello delle tre piramidi della valle di Giza. Si da inoltre il caso che il posto rinvenuto sia un belvedere dal quale i Sanniti o i popoli precedenti si recavano per vederle o per venerarle. Quel popolo aveva capito che esse erano disposte non come le piramidi, ma certamente come le tre stelle di Orione: erano una rappresentazione divina sulla terra.
Da questa certezza, passiamo adesso ad una probabilità: è possibile che un popolo precedente quello sannita abbia attraversato l’alta valle del Calore diretto a Sud, le avesse notate e le avesse portate nelle propria memoria, confermando la tesi che la civiltà della Mesopotamia possa essere di origine Indoeuropea?
Diciamo che è possibile, molto possibile, senza aggiungere altro.

Passando ai Menhir, poiché questo tipo di reperti non sono stati rinvenuti in nessun’altra area del Sannio, essi attestano la presenza di una civiltà particolare, molto diversa da tutte le altre di stampo sabelle. La domanda è: cosa hanno a che fare i Menhir con i Sanniti?
Ebbene, i Sanniti non erano forse un insieme di più popoli?
E, non si è sempre detto che all’interno del Sannio vi erano ingerenze spartane o di stampo celtico?
Chi sono, allora, per davvero gli hirpini, e da dove provenivano?
Per quanto visto e capito, gli hirpini appartenevano ad un originario ceppo nordico, celtico. Lo scorpione, l’ara, il pozzo al suo lato, il Cromlech, i Menhir, i caratteri runici indistinguibili rinvenuti su molti di essi, ci inducono a sostenerlo con fermezza.
Hirpini da “hirpus” lupo, o “hirpi”, il popolo dalla grande casta sacerdotale.
Volendo ancora portare alla luce alcune sottigliezze mai segnalate, apprese da chi ha studiato storia antica, durante la battaglia delle “Forche”, al di là del “giogo” subito dai romani, risulta che i Sanniti (gli hirpini ed i caudini) avessero mangiato o morso il cuore dei romani in uno dei riti celtici più classici: bere il sangue del nemico per essere più forti, la guerra una necessità di vita. Ed ancora, Silla mozzo loro il capo a Porta Collina! Silla sapeva che gli hirpini erano celti ed usò nei loro riguardi lo stesso trattamento che essi usavano nei confronti dei loro nemici: la mozzatura della testa che infilzavano sui pali che circondavano l’accampamento. Anche questo un rito di stampo celtico. Quando i defunti sarebbero rinati (i Celti credevano nella reincarnazione. Morire in guerra per loro era un onore. Ecco giustificata in parte la loro foga), sarebbero stati senza testa, pertanto inermi.
Nell’indifferenza ed arroganza di un potere che non è stato mai in grado di chiedersi questa Irpinia cosa fosse, i reperti rinvenuti, unici al mondo, vanno tutelati. Essi non appartengono alla sola provincia di Avellino o al solo Sannio, ma all’umanità intera. Certamente ai popoli anglosassoni o scandinavi che, molto più attenti di noi, da sempre ricercano le tracce del loro passato per giungere al presente.

PERCORSO SACRIFICALE UMANO DI STAMPO CELTICO

Adesso, per ragione di spazio, siamo costretti a chiudere. Ma non possiamo farlo senza avere chiarito un ultimo episodio trattato da Tito Livio, il quale ci dimostra ancora una volta, come quello che ha scritto lo ha scritto bene, senza quei necessari particolari che probabilmente non conosceva per rendere la storia più chiara. Dove andarono per davvero i reduci della battaglia di Aquilonia? A Boviaum, dice Livio. Ma, quella Boviuam, non fu distrutta da Centumale cinque anni prima? Potevano mai i Sanniti insediarsi in un cimitero? Certamente no! Perché su quei terrazzamenti ognuno seppellì il proprio caro, poi andò via. Di tanto in tanto viene fuori una tomba. I reduci di Aquilonia non si rifugiarono quindi a Bovianum, ma all’interno di quella valle che li accolse alla fine del loro primo “ver sacrum”, verso la costa opposta, anche se più impervia, nell’attuale Montella. Ecco così scomparire Bagnoli dalla storia per fare posto improvvisamente a questo centro che, popolato inizialmente con le antiche stirpe sabelli e rinsanguata successivamente con i reduci di Aquilonia, nonché dalle tribù circostanti, con l’arrivo dei Longobardi diviene improvvisamente Gastaldo, annovera circa 10.000 abitanti, è poi Contea con i Normanni, gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi.

 

Loc. Portara: Menhir su probabile tumulo con la "x" a significare nella letteratura celtica il dolore
Loc. Portara: Menhir
Loc. Portara: Menhir

I reduci della sola Boviaum, invece, o per meglio dire di quella città che abbiamo rinvenuto tra Bagnoli e Nusco, come la storia ci tramanda (A.Sanduzzi: “Memorie storiche di Bagnoli I” Riedizione 1975. Tipografia Dragonetti-Montella), non seguirono le altre tribù, ma si fermarono presso il casale di S.Lorenzo, sempre al vertice della valle, il più vicino possibile alla loro antica città. Solo verso il 1250, quando tutti i casali si ricompattarono attorno a quello della Giudecca ed al castello longobardo, compreso quello di S.Lorenzo che annoverava oltre 2.000 anime, Bagnoli ritornò ad essere un centro abitato. Tra i tanti, un nucleo di ebrei al seguito dei longobardi.

Loc. Portara: insieme di menhir: cromlech
Loc. Montagnone di Nusco: cromlech
Loc. Portara: Menhir su probabile tumulo con alcuni segni runici

“Montella, la terribile Montella”, ci dice Giustino Fortunato quando nel 1876 visitò i monti irpini, “spauracchio di mezza regione”. I maggiori briganti irpini, infatti, erano di Montella, al punto che si dovette insediare un delegato di pubblica sicurezza. Perché i montellesi, strano a dirsi (e non può essere una semplice coincidenza), hanno un temperamento che li differenzia da tutti. Caparbi, fieri, volitivi, lavoratori, orgogliosi e testardi sino all’eccesso, con un montellese puoi sancire un contratto anche con una sola stretta di mano. Guai tuttavia a tradirne la fiducia. Loro, più di chiunque altri, conservano ancora nel sangue una parte di quel DNA che fece degli hirpini la leggenda storica di quel momento. Loro i reduci di una storia che non c’è più e di una vicenda che giorno dopo giorno diventa sempre più intrigante. A Montella l’onere e l’onore di rappresentare un sogno improvvisamente ricomparso.

Montella: panorama
Nusco: panorama